LE MINIERE DELLA MANINA

 

 

“Le miniere della Manina erano ritenute il più importante complesso minerario della Lombardia. La loro area di escavazione si estendeva per diversi chilometri ed era distribuita su 14 livelli orizzontali che andavano dai 1434 metri del “Livello Lupi” ai 1760 metri del “Livello Blesio Alto”: quest’ultimo con i suoi 1120 metri di lunghezza risultava essere il più esteso. Tutta la miniera presentava puntellature e architravi in abete mentre il contenimento era costituito da legname di pioppo. L’intero complesso è stato realizzato nell’arco di 6/700 anni: l’anima della miniera era il Pozzo Venezia, un vano scavato nella roccia per una profondità di 150 metri, che ospitava due montacarichi e scale di servizio divise in quaranta tronchi. Esso metteva in collegamento verticale i livelli “Lupi, Zera, Carlo e Venezia”. Ogni galleria era dotata di binari e vagoncini che portavano il materiale ferroso fino all’esterno dove su apposite teleferiche giungeva ai forni della frazione Gavazzo oppure fino in Val di Scalve seguendo la Via Teveno- PiazzoloMalgrado siano parecchi i documenti che certificano l’attività mineraria non è possibile stabilire quando iniziò precisamente l’opera di estrazione: l’unico dato certo è che le miniere attive in tutta la zona erano circa 70 e si estendevano fino a Gandellino. Nei decenni l’intera zona subì prima la dominazione veneziana, poi napoleonica e infine quella austriaca: proprio quest’ultima, pur lasciando al proprietario il diritto di escavazione, introdusse l’aggravio di tasse che portarono ad un duro contraccolpo all’industria del ferro.   L’inizio della Prima Guerra Mondiale diede un nuovo impulso all’attività che si esaurì proprio con la conclusione del conflitto anche se la miniera venne definitivamente chiusa solo nel 1972. Dagli ultimi sopralluoghi fu possibile valutare nell’ordine di centinaia di tonnellate le masse residue di minerale all’interno delle miniere.    La miniera della Manina, assieme a quelle di Flesio, Vigna, Collo, Sponda e Pomnolo alimentava i forni di Gavazzo e Torre che producevano ghisa per gli opifici di Gromo”.



                                                                                                                                            (Autore: Mirco Bonacorsi dal libro “Baite Val Seriana”)

Alla terra di Valbondione sono legate tradizioni storiche- culturali che hanno scritto pagine indelebili di questo piccolo paesino dell’alta Val Seriana. Nei secoli passati, in queste terre, era infatti assai marcata l’attività mineraria che, assieme alla pastorizia, era un’importante fonte di sostentamento per le famiglie del luogo.
Oltre alle classiche escursioni ai rifugi ed alle vette di maggior pregio alpinistico, per quanti raggiungono Valbondione, non può quindi mancare una visita alla vecchie miniere abbandonate della Manina. In realtà da qualche anno sono state ben recuperate ed affidate in gestione ad una ditta che consente di effettuare delle visite guidate al loro interno.
Nel piazzale posto all’ingresso ancora oggi risultano ben visibili alcuni scarti del prodotto di escavazione perpetuato nell’arco dei secoli passati in cui spiccano l’ematite, l’ossido di ferro che veniva completamente utilizzato, il quarzo e la siderite. ( Nella foto si può distinguere il colore grigio luccicante dell’ematite, quello bianco del quarzo e quello marrone cupo della siderite). (Foto Minerali Miniere)
Giunto all’esterno l’intero materiale subiva una prima sommaria pulitura e quindi trascinato, per mezzo di slitte, verso i forni della contrada Gavazzo e Torre. Di seguito vengono riportate alcune informazioni tecnico- strutturali estrapolate dal libro “Baite Valseriana”.